Storia di Lustrola

di Renzo Zagnoni

Un Paese millenario

Il paese di Lustrola sorse, come la maggior parte dei centri abitati della montagna fra Bolognese e Pistoiese, fra i secoli XI e XII, sulla scia del grande fenomeno di allargamento delle coltivazioni e dell’incremento demografico tipici dei secoli successivi al X.
Vennero allargati i piccoli campi terrazzati e piantati interi frutteti di castagno. Il periodo è lo stesso in cui sorse il vicino paese di Granaglione. Poco a valle del paese sorse un secondo piccolo centro abitato, che prese il nome di Riolo.

Tutti e tre i villaggi ebbero la propria cappella: San Nicolò a Granaglione, San Lorenzo a Lustrola e San Leonardo a Riolo. Tutte queste chiesette sorsero per volontà dei parrocchiani all’interno della grande ed antichissima pieve di Succida che fece parte, fin dalla sua origine nell’Alto Medioevo, della diocesi di Bologna. Si trattò sicuramente di tre piccoli edifici romanici ad unica aula, col tetto a capriate lignee e l’abside semicircolare o quadrangolare in opus quadratum, di cui oggi non esistono più tracce. Sia la chiesa di Granaglione, sia quella di Lustrola sorsero dove ancor oggi si trovano.

Mappa della montagna con Lustrola e Granaglione (Musei Vaticani)

Una storia Lunga mille anni

La prima citazione di Riolo e di Lustrola è dell’anno 1021, di Granaglione del 1036: sono tutte contenute in carte pistoiesi. Nella pergamena del 1021 sono elencati cinque dei primi abitanti di Lustrola e Riolo: Guinezo e Martino fratelli e figli del fu Mainicio, Gerardo della fu Maria, Ingo del fu Teuzo e Alberico del fu Amico.

Al loro sorgere tutta l’alta valle del Reno, assieme alle contigue delle Limentre, fecero parte della cosiddetta Terra Stagnese, poiché questo territorio fu sottoposto ai signori di Stagno, una potente stirpe signorile che estese la sua giurisdizione nei due versanti dell’Appennino.

Questa situazione si perpetuò fino alla conquista del comune di Bologna che fu la conseguenza della cosiddetta “guerra della Sambuca” che contrappose le città di Bologna e Pistoia per il possesso delle alte valli. Il conflitto si concluse col lodo di Viterbo del 1219, che fissò i termini dove si trova il confine fra Bolognese e Pistoiese, rappresentato ancor oggi dal fiume Reno. La comunità civile si organizzò in questo periodo in comune, il comune di Granaglione e Succida, il centro abitato più importante e la sede dell’antichissima pieve, di cui fecero parte Lustrola e Riolo.

La cappella di San Lorenzo di Lustrola, all’interno della grandissima pieve di Succida, è citata per la prima volta nell’anno 1220, quando viene ricordato il primo cappellano di nome Fede, che diede il suo consenso ad un atto del pievano Pietro di Succida.

L’ edificio della chiesa veniva gestito da un apposito organismo, la cosiddetta opera, che era governata da un consiglio presieduto da un operaio e possedeva beni con i cui redditi si mantenevano e si miglioravano le strutture della chiesa e i suoi arredi. Si tratta di un organismo, autonomo dal parroco, che si trova nella diocesi di Bologna solamente in alcune parrocchie a ridosso della Toscana, poiché è un’istituzione tipicamente toscana. San Lorenzo ottenne la possibilità di erigere il fonte battesimale solamente nel 1840, poiché in precedenza i bambini venivano battezzati alla pieve, oramai definita delle Capanne, oppure a Granaglione. Solamente nel 1924 San Lorenzo divenne di nuovo parrocchia autonoma, come ai tempi del Medioevo.

La cappella di San Leonardo di Riolo è ricordata per l’ultima volta nell’anno 1408, nel documento in cui entrambe, San Lorenzo e San Leonardo, vennero unite alla pieve a causa della fortissima riduzione dei redditi del beneficio, che impediva di mantenere due presbiteri nelle due chiese, e divennero sussidiali della pieve. Questa situazione fu la conseguenza della gravissima crisi del Trecento.

I due paesi di Riolo e Lustrola subirono le stesse sorti degli altri della montagna e patirono una fortissima decadenza nel secolo XIV, a causa della gravissima crisi che si manifestò nelle carestie e nella terribile peste della metà del secolo, quella descritta dal Boccaccio nel “Decameron”. Tutto ciò ebbe come conseguenza la rovina completa del villaggio di Riolo e della sua chiesa, dei quali oggi non esistono che ammassi di sassi a valle di Lustrola.

spezzone di pergamena del 1021 su Lustrola
Archivio di Stato Firenze: Pergamena 1021 – Notaro Martino

A cominciare dal Quattrocento la situazione migliorò con un deciso incremento demografico e con le attività edilizie che, fra i secoli XVI e XIX determinò l’attuale assetto edilizio, caratterizzato dalla strette strade e dall’esistenza di vari voltoni, dei quali uno solo è rimasto fino ad oggi.

Lustrola appartenne fin dalle origini alla comunità che nel Medioevo si chiamò di Granaglione e Succida o indifferentemente di Succida e Granaglione.
Negli statuti del 1717, che hanno titolo Capitoli sopra il buon governo della comunità di Granaglione (Bologna, Dalli successori del Benacci per la stamperia
camerale, 1717), fra le norme che regolamentano il consiglio, costituito da 16 uomini, troviamo l’informazione che le riunioni dello stesso consiglio si
tenevano a Lustrola nella “casa della comunità”. Informazione che è certa per i secoli dell’età moderna, molto probabile anche per quelli del Medioevo.

La dura Vita di Montagna

Tutti i paesi della montagna per secoli continuarono la loro grama esistenza, basata soprattutto sulla coltivazione dei castagneti, veri e propri frutteti di castagno la cui produzione permetteva alla popolazione di sopravvivere.

Una parte delle necessità alimentari della popolazione era sostenuta dalla coltivazione dei campetti terrazzati, che oggi non esistono più, ma che venivano ricavati con muretti a secco sui terreni meno acclivi ed erano coltivati a orzo, grano, patate.
Nel secondo dopoguerra molti di questi campetti vennero piantumati ad abeti per il miraggio di migliori guadagni con la vendita come alberi di Natale.

Anche i beni comuni del comune di Granaglione furono un elemento fondamentale per la vita in questa come in molte altre parti della montagna, poiché permisero a tutti gli abitanti, compresi i nullatenenti, di tagliare un po’ di legna e di pascolare le piccole greggi familiari. Un altro fenomeno economico di grande rilievo furono gli spostamenti migratori stagionali, anch’essi elemento fondamentale per i poveri redditi dei montanari. Riguardarono soprattutto la transumanza delle greggi più numerose verso la Maremma e il taglio del bosco per la produzione del carbone di legna, che determinò forti flussi migratori vero la Sardegna e la Corsica.

Renzo Zagnoni
(Gruppo di studi Nuèter)

Associazione Lustrolese Ca' Nostra Aps

Via Mezzola, 6, 40046 Lustrola - Alto Reno Terme - Bologna
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